Droga tra gli adolescenti: la responsabilità è di tutti!

Ancora oggi il fenomeno della tossicodipendenza, benché sembri meno urgente rispetto ad alcuni anni fa è diffuso e fonte di gravi problemi a livello sociale, personale e familiare. Tragedie che spesso si consumano nell’ambito degli affetti, episodi di criminalità giovanile o anche scontri di mafia stanno a ricordarci non solo la sua esistenza, ma anche che intorno ad esso gira un enorme flusso di  denaro gestito dalla criminalità organizzata con le ovvie ricadute sociali che questo comporta. Esistono diversi tipi di droghe e forse possiamo dire che un po’ come una moda, ogni decennio e ogni generazione hanno avuto la “loro” droga. Nei Settanta c’era l’eroina per la quale morirono cantanti famosi, negli Ottanta la cocaina di Maradona,  nei Novanta c’è stata l’esplosione delle droghe cosiddette “sintetiche” ovvero le pasticche dei sabato sera in discoteca e poi di nuovo recentemente la cocaina.  A spaziare negli anni, ci sono gli spinelli a base di hashish o di marijuana che, sia perché considerati meno nocivi rispetto alle altre droghe, sia perché meno cari, hanno avuto sempre largo consumo.
 
La società ha cercato varie strade per recuperare i tossicodipendenti, ma a volte di fronte alla difficoltà del compito si è scelta la strategia del male minore, come nelle politiche di “riduzione del danno”. Ridurre il danno significa cercare di aiutare ugualmente il tossicodipendente che non riesce a disassuefarsi focalizzando l’assistenza su altri aspetti che limitino almeno la pericolosità dell’assunzione: prevenendo quindi le malattie correlate, curando la qualità di vita ecc.
L’eroina è una droga ad azione istantanea i cui effetti durano al massimo 4-6 ore. Dopo circa 8-12 ore dall’assunzione si affacciano i primi sintomi delle famose crisi di astinenza. Dopo 48 ore si raggiunge il top della crisi e in tutto questo tempo l’unico interesse del tossicodipendente sarà il dove e il come procurarsi una nuova dose.
 
La dipendenza da eroina è sia di tipo fisico che psichico, in altre parole dà luogo a una sindrome da astinenza in cui a sintomi psichici, quali ansia, depressione, desiderio di assumere nuovamente la sostanza, irritabilità, si associa una sintomatologia fisica con dolori muscolari, vomito, tachicardia, cefalea, ecc…E’ l’organismo che richiede una nuova dose perché ormai vi si è assuefatto. Per altre sostanze quali la cocaina sono prevalenti i sintomi della dipendenza psichica che è molto grave e prolungata nel tempo soprattutto per quanto riguarda il desiderio irresistibile di riassumerla per sperimentarne di nuovo l’effetto, mentre i sintomi fisici sono meno rilevanti. Ciò non significa che siano assenti i rischi di overdose e di problemi fisici seri, in particolare a carico del cuore, che possono derivare sia da un uso cronico come da un’intossicazione acuta.
 
Un esempio di dipendenza prevalentemente psicologica di tipo più moderato può essere rappresentato dalle cosiddette droghe leggere.
 
Per droghe leggere si intendono i derivati della pianta cannabis: marijuana e hashish. Dopo la classica “canna” si può andare incontro a diversi stati psicologici dettati dalla situazione nella quale ci si trova e dallo stato psichico in cui si è. Si può essere euforici, depressi, ansiosi ed estraniati. A parte la più elevata tossicità rispetto alle sigarette (rapporto 4 a 1) per eventuali rischi di malattie polmonari, è comunque accertato che un consumo prolungato nel tempo del “fumo” produce effetti negativi come riduzione di interessi, isolamento sociale, scadente rendimento scolastico e sul lavoro fino ad episodi psicotici. Comunque sulle droghe leggere e sulla loro liberalizzazione il dibattito è aperto a  molti livelli. A  livello medico non tutti sono d’accordo sui tassi di nocività, mentre a livello politico si discute sugli effetti sociali e morali di una liberalizzazione. A chi auspica (come i radicali di Pannella) una liberalizzazione anche per contrastare la criminalità organizzata si contrappone chi, pur considerandole leggere, valuta le canne una sorta di primo passo verso cocaina ed eroina. Resta il fatto che, in barba a politiche liberalizzatici o proibizionistiche, il consumo di droga c’è sia dove è liberalizzato (come in Olanda) sia dove è vietato. Questo ci fa capire che non è tanto un problema di leggi, ma piuttosto di maturità e di responsabilità.
 
Il mercato sforna comunque nuove sostanze e così negli anni novanta dai laboratori chimici sono uscite le nuove droghe di sintesi, eredi del vecchio LSD. Ecstasy e anfetamine hanno trovato smercio nelle discoteche, facendo proseliti anche tra giovani molto diversi dal classico eroinomane. La “pasticca” infatti ti fa sentire euforico, sicuro di te e instancabile, pronto a “ballare tutta la notte”. Per tutto ciò però bisogna pagare un prezzo troppo alto in termini di salute; infatti oltre agli effetti psichedelici, ci sono nausee, febbre, ipertensione, tachicardia, insonnia. Tutto ciò senza contare che un uso regolare porta al danneggiamento dei neuroni cerebrali, con possibili disturbi psichici e cardiovascolari. Val la pena di bruciarsi il cervello solo per passare una sera in allegria?
 
Per maggiore informazione ricordiamo la normativa vigente in Italia in materia di droga. E’ un argomento un po’ confuso. Quasi tutti sanno che “l’uso personale” non viene punito (pochi sanno invece che la quantità per l’uso personale non sta scritta in nessuna legge). Al contrario lo spaccio, il traffico e la produzione sono puniti severamente. Chi fa uso personale però non se la cava tanto facilmente perché, anche se non punito penalmente, va incontro a varie sanzioni amministrative (ad esempio il ritiro della patente). Se poi trova dei poliziotti scrupolosi ed è in possesso di una certa quantità di droga, la storia si fa difficile. Infatti, non essendo determinata la quantità per l’uso personale, spesso si può essere arrestati comunque. Vai poi a dimostrare che quella era tutta roba tua…
 
Non averci a che fare è sicuramente la cosa migliore.
Se ci fosse una risposta chiara a questa domanda sarebbe sicuramente più facile affrontare il problema della tossicodipendenza. Il fatto è che probabilmente le risposte sono più d’una e non è sempre facile trovarle.
 
A livello fisico si sa che le droghe agiscono nelle parti del nostro cervello che si attivano quando riceviamo qualche stimolo gratificante. In pratica le droghe forniscono dei falsi segnali di benessere sostituendosi, con meccanismi chimici, a stimoli che potremmo ricevere in maniera “naturale”. E’ in questo senso che spesso si sente parlare della droga come di una “scorciatoia”, di un mezzo più facile e rapido per sentirsi bene. Bisogna capire comunque che quel senso di benessere che la droga dà è solo qualcosa di virtuale e passeggero. Non si può imbrogliare se stessi e il cervello per molto tempo.
 
Capire perché l’individuo ricerca la droga è un problema spinoso: alcuni sostengono che l’uso di droga possa favorire la meditazione e il rilassamento, come una sorte di chiave per aprire maggiormente le nostre “porte della percezione”: Il desiderio di modificare ed espandere gli stati di coscienza è sempre esistito nell’umanità: si pensi a fenomeni come la meditazione, l’estasi o la ricerca di stordimento rinvenibile persino nei bambini (chi non ha mai aperto le braccia e girato vorticosamente su se stesso? Anche quella è una ricerca di stordimento, per vedere il mondo un po’ sottosopra).
 
L’adolescenza è poi un periodo in cui si è alla ricerca di esperienze nuove, pronti a mettere alla prova le recenti capacità di “giovane adulto”. L’adolescente è “affamato di sensazioni” che possano dare sfogo alla sua grande energia. Purtroppo nella ricerca di sensazioni forti spesso ci si imbatte anche in cose rischiose per la salute come appunto le droghe. In tal senso la droga è spesso una reazione alla noia e alla routine della vita quotidiana. La “canna” è vista come un gioco, come qualcosa che unisce perché tutti se la passano e tutti tirano dallo stesso filtro. Bisognerebbe capire che il nostro organismo è capacissimo di produrre “droghe naturali” senza il bisogno di fumarsi dell’erba.  E’ l’adrenalina quella che si cerca? E’ dentro di noi che si trova e non fuori.
 
Bisogni di sensazioni forti o di evadere dalla routine possono anche essere interpretati come bisogni di divertirsi, scherzare, trasgredire, giocare, vivere. La parola “divertimento” in effetti deriva etimologicamente da “diverso”. Ma ci si può divertire immensamente senza ricorrere alle pasticche o all’alcool.
 
Il problema non è tanto quello di reprimere questi bisogni che sono legittimi e naturali (l’uomo non è fatto forse anche per giocare o per superarsi?), quanto trovare il modo di soddisfarli senza nuocere alla propria salute. Lo spinello fumato insieme testimonia per esempio la ricerca di solidarietà con gli amici. Il bisogno di intimità col gruppo rivela l’importanza e la bellezza dei rapporti interpersonali positivi e coinvolgenti. Queste cose sono naturali e positive, bisognerebe perciò aiutare il giovane in difficoltà a trovare le vie per soddisfare questi bisogni nella vita reale, senza ricorrere alla soddisfazione illusoria delle droghe.
Una spiegazione usata sovente per capire perchè si assumono droghe è il concetto di disagio. Questo non ha un significato lineare e chiaro per tutti poiché  spesso ciò che fa star male una persona non è detto che ne faccia star male un’altra. Ciò nonostante si riconoscono abitualmente alcuni fattori di rischio per l’entrata e la permanenza di un soggetto nel pianeta droga. Molti studiosi pensano che essere giovani sia quasi un requisito essenziale per accostarsi la prima volta alla droga.
 
L’adolescenza rappresenta una fase di vita in cui si affacciano alcuni problemi difficili da superare. L’acquisizione dell’identità appare oggi molto più difficile  che in passato sia per una generale crisi e relativizzazione dei valori, sia per il moltiplicarsi delle possibilità di scelta conseguenti alla crescente complessità della società. Ragazzi con difficoltà di inserimento sociale e lavorativo, con problemi di identità professionale sono più facilmente coinvolti in giri di amicizie precarie e fuorvianti. In tali casi il disadattamento sociale e la compagnia di coetanei già coinvolti nell’uso di sostanze stupefacenti sommano le loro influenze negative nel sospingere il giovane verso pericolose strade di evasione. Il conformismo verso il gruppo dei pari è pertanto un altro fattore di rischio.
 
Statisticamente si è osservato che molti soggetti reduci da un’infanzia difficile nell’adolescenza fanno uso di droghe. Anche però chi ha avuto un’infanzia dorata e due genitori iperprotettivi va incontro agli stessi rischi.
 
Un fattore di disagio può essere costituito infatti da difficoltà nel processo di acquisizione dell’autonomia: genitori iperprotettivi, eccessivamente invadenti o al contrario troppo tolleranti, che vivono male il distacco dei figli, finiscono per ostacolare gravemente, anche se inconsciamente, la loro crescita. La paura da parte dei genitori di perdere legami affettivi si trasforma così in una trappola con conseguenze disastrose. La soluzione sta nell’accettare l’evoluzione naturale: i figli devono poter cercare nella società allargata un’autorealizzazione nel lavoro e negli affetti pur restando i genitori un punto di riferimento stabile, la base sulla quale si radica la loro stabilità emotiva. L’acquisizione dell’autonomia e dell’indipendenza da parte dei figli è l’obiettivo principale della loro educazione ed anche il prerequisito perché permanga un buon rapporto affettivo tra essi e i genitori.
 
E’ ovvio che la presenza dei genitori, una presenza che non sia solo fisica, ma reale, fatta di interessamento, trasmissione di regole e valori è un elemento fondamentale per una corretta crescita psicologica del bambino e dell’adolescente; in quest’ottica è soprattutto l’assenza del padre o la sua scarsa rilevanza, come a volte accade per vari motivi, ad essere pericolosa. Infatti il padre è spesso, assai più della figura materna, colui che trasmette e fa rispettare regole di condotta e valori normativi; in tal modo la sua figura “protegge” l’adolescente dall’imboccare pericolose deviazioni  di comportamento.
 
Genitori che per una sorta di compenso delle privazioni da loro sofferte, cercano di dare ai propri figli di tutto e di più, possono paradossalmente rendere più facile la strada verso la droga. Infatti anche chi ha il motorino all’ultima moda e le scarpe firmate ai piedi prima o poi va a sbattere il muso contro il primo fallimento. Per chi non c’è abituato può essere uno shock insormontabile e la droga un facile rifugio.
 
Anche chi si trova in situazioni di grave disagio per motivi svariati come per esempio di lavoro può diventare tossicodipendente. La droga è in questi casi una fuga dalla realtà, un modo per lasciarsi indietro i problemi. Purtroppo rifugiarsi negli stupefacenti per evitare di guardare in faccia le proprie difficoltà è una cosa che non porta a soluzioni ma aggrava ulteriormente le cose.
  
Anche soltanto dalla breve analisi condotta fin qui appare chiaro che la tossicodipendenza è difficile da combattere perchè è la risultante di tante variabili che possono essere di ordine sociale, economico, personale ecc. La convergenza di tanti possibili fattori, in varia misura concorrrenti, rende impossibile non solo individuare un fattore causale “principale”, ma anche di conseguenza l’adozione di un’univoca strategia per arginare il fenomeno.
 
Certamente la droga non va sottovalutata come indicatore di un certo disagio sociale e in tal senso appare come una denuncia delle vittime nei riguardi della società. Una società tutta tesa al profitto, che non lascia spazio alla persona, che risponde ai bisogni dando soldi, vestiti, cibi, che abitua alla risposta immediata, a vivere di sensazioni superficiali, a ritmi frenetici. Tutto questo ha conseguenze negative sull’evoluzione della persona. Non per niente sono proprio gli adolescenti i più esposti a questo genere di rischio, proprio perché nella strutturazione della loro personalità avrebbero bisogno di alcune attenzioni che la società non offre loro. Il loro malessere è quindi una denuncia verso la disumanità di questa società e un buon educatore non farebbe bene il proprio mestiere se non sapesse individuare i lati deficitari della società e non li denunciasse.
 
Però limitarsi a questo non basta. Un genitore, un educatore sente l’urgenza di rispondere alle esigenze della persona che gli sta davanti e non può aspettare che politici, economisti, sociologi e quant’altri si mettano d’accordo per organizzare una società a misura d’uomo.
 
Sovente, soprattutto i genitori, vorrebbero sapere qual è il comportamento più efficace per tener lontana la droga. Abbiamo visto che può finire nel vortice della droga sia chi ha avuto un’infanzia infelice che chi ha avuto tutto e persino troppe attenzioni. Il rapporto genitori-figli è comunque spesso un fattore cruciale. Eccessiva severità, come al contrario lassismo o assenza sono, per motivi diversi, ugualmente dannosi. Ugualmente abbiamo visto che l’iperprotettività o relazioni affettive che non favoriscono la corretta acquisizione dell’autonomia e dell’indipendenza da parte dei figli possono essere fattori di grave pregiudizio riguardo alla loro capacità  di difendersi dalle  droghe. Come comportarsi? Difendere con tutti i mezzi un ragazzo dalla droga o lasciargli fare le sue esperienze, sperando che vada tutto bene?
 
Probabilmente la soluzione sta nel mezzo: un genitore o un educatore non devono né abbandonare il ragazzo al suo destino né cercare di farlo vivere in un mondo ovattato. Bisogna far camminare i giovani con le loro gambe, ma anche insegnare loro a stare in piedi. Abbiamo visto che trasmettere al giovane valori, regole, modelli è importante, ma nello stesso tempo bisogna rispettare la sua originalità e la sua crescente capacità durante la crescita di autodeterminarsi. E’ importante perciò ricordargli che lui è unico, che la sua vita, pur nel rispetto del vivere sociale, appartiene a lui e a nessun’ altro e che la sua esistenza sarà più ricca quando sarà “drogato” d’orgoglio verso se stesso e “drogato” per tutte le sensazioni e le emozioni che la vita, quella vissuta e non quella comprata, sola ti può dare.
 
Perciò è decisivo abilitare ogni ragazzo a prendere in mano la propria vita, permettendogli di assumere le responsabilità che gli competono e facendogli capire che nella costruzione della sua vita le scelte che farà hanno un’importanza fondamentale.
In quest’ottica di responsabilizzazione si è scoperto che un errore del passato era quello di demonizzare la droga. Oggi si preferisce puntare di meno sull’informazione e sulla dissuasione terroristica dalla droga e invece di più sul concetto di salute e di risposta adeguata ai propri bisogni.
 
Gli stessi progetti di prevenzione contro le droghe vengono ormai inseriti in un discorso più ampio di educazione alla salute. In accordo con le dichiarazioni dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) si intende per salute uno stato di benessere riferito a vari aspetti: fisico, psichico e sociale. Nel concetto di salute non è sufficiente tener conto  solo dell’assenza di malattie, poiché si guarda alla globalità dell’individuo come essere in rapporto con un ambiente e alla qualità di questa relazione.
 
Educare alla salute comporta anzitutto insegnare all’individuo un atteggiamento di base che lo porti ad essere rispettoso della propria salute nell’interesse proprio e della collettività.
Promuovere la salute significa sia favorire la realizzazione delle potenzialità dei singoli, sviluppare le loro capacità di socializzare e la loro abilità nell’autogestirsi per soddisfare i propri bisogni e raggiungere degli obiettivi, sia migliorare le condizioni di vita da un punto di vista igienico e sociale.
 
A livello pratico deriva l’impegno a sviluppare le potenzialità del giovane e metterlo in condizione di soddisfare i suoi bisogni fondamentali. Questo vuol dire imparare ad  ascoltarsi, a riconoscere i propri bisogni a soddisfarli in maniera adeguata. Se non lo si fa, si arriva facilmente al fenomeno droga. Infatti le droghe sono considerate come una sorta di “piacere sostitutivo”. Ma il vero piacere, quello che dà  “gioia”, è quello che si conquista!
  • Aiutare i giovani nella ricerca e nell’espressione della loro personalità, valorizzare l’unicità e la ricchezza di ogni individuo, favorire la socializzazione e una serena comunicazione con adulti e coetanei
  • Educare alla conoscenza e alla corretta scelta dei valori. Il soggettivismo in materia di valori è segno di democrazia e libertà, ma sembra opportuno indicare comunque ai giovani quei valori che nella vita si rivelano importanti quali la fraternità, l’onestà, la libertà, la razionalità, l’autorealizzazione anche nell’incontro con l’altro,  il rispetto delle diversità ecc.
  • Potenziare le capacità di saper valutare bene le scelte che si pongono nella vita di ognuno. Alcuni dei valori sovracitati rimandano direttamente alla responsabilità personale, ai processi di decisione, all’importanza di non farsi condizionare dagli altri in maniera sbagliata. Ci sono tecniche che favoriscono sia la libera espressione di tutti in gruppo, sia il raggiungimento del massimo accordo. Tutto è legato a un concetto di partecipazione pratica: collaborando e facendo ognuno la propria parte l’individuo non soggiace al gruppo ma partecipa ad esso apportando il proprio contributo e utilizzando quello fornito dagli altri.
Bisogna dare al gruppo informazioni corrette ma non eccessive sulle singole droghe. Infatti, parlandone in maniera troppo mirata, spesso si rischia di stimolare nei ragazzi una curiosità controproducente. E’ opportuno  quindi integrare il problema droga in quello più generale della “dipendenza da sostanze” dove si comprendono anche farmaci, alcool, fumo, anabolizzanti e integratori chimici. Bisogna evidenziare i rischi ai quali si va incontro in ogni tipo di dipendenza e far capire che la dipendenza non risolve i problemi, ma ne  crea altri molto gravi. La realtà dei fatti dimostra che se l’uso di droghe pesanti è devastante, quello di altre sostanze (compreso il tabacco e l’alcool) rischia di dare disturbi e patologie fisiche e psichiche. Abbiamo già parlato di come le droghe leggere siano una sorta di status symbol per molti adolescenti e di come eliminare il problema sia praticamente impossibile. Bisogna allora privilegiare la prevenzione dell’abuso anche di queste sostanze.
di Valentina Sciubba
Fonte: http://www.genitorionline.it/index.php?pid=5

3 segnali per capire se il tuo bambino è felice!

tratto da Portale Bambini

Oggi, un test semplicissimo per scoprire se un bambino vive la sua infanzia in modo felice o, al contrario, se è sofferente. Ci siamo focalizzati su 3 segnali particolarmente importanti; naturalmente non sono gli unici e non si tratta di una prova definitiva, ma è una buona pista da seguire.

1 – Va alla ricerca di nuove sfide e attività

Tutti i bambini desiderano padroneggiare il mondo e le situazioni. Si tratta di una motivazione primaria, insita in tutti gli esseri umani. Ne avevamo parlato, un po’ di tempo fa, in un articolo sulle SFIDE. Un bambino che vive in cerca di sfide è appagato, si sente sicuro di sé al punto di mettersi alla prova. Questo significa che la sua autostima si sta sviluppando forte e che non avrà timore di mettersi in gioco.

L’autostima è sinonimo di felicità? Non è l’unica componente, ma sicuramente indica un approccio positivo alla vita, ingrediente fondamentale per poter essere sereni.

Al contrario, bambini scoraggiati, demotivati o timorosi eviteranno le novità, cercheranno di consolarsi con semplici attività, nella speranza di ricevere consenso e mostrare, a sé e agli altri, il loro valore. Il bambino con bassa autostima difficilmente è sereno, in quanto vive col timore di essere giudicato e con il peso di far riconoscere le proprie qualità.

In pratica? Il bambino sicuro segue gli amici nei nuovi sport e in nuove esperienze; è propositivo e sempre in movimento. Si impegna in una sana competizione, riconoscendo il valore dell’esercizio e dell’allenamento. E’ un vero e proprio “vulcano”!

 

2 – Racconta volentieri quello che ha fatto

Il racconto è uno strumento che i bambini hanno per rivivere e rielaborare le proprie esperienze. Saranno particolarmente contenti di raccontarvi ciò che hanno fatto durante la giornata, se è stato appagante. Una narrazione sana e serena è piuttosto obiettiva (non del tutto: ciascuno di noi interpreta i fatti in modo soggettivo; l’importante è che il racconto sia aderente alla realtà), ricca di particolari, mette in evidenza la componente emotiva e non nasconde gli errori.

Anche a casa, un bambino felice sarà orgoglioso di mostrare i propri disegni, i lavoretti, i giochi: è sicuro di riceverne un giudizio positivo, ma anche preziosi suggerimenti per migliorare sempre di più.

Bambini reticenti. Un bambino che si rifiuta di raccontare quello che ha fatto, probabilmente ne soffre; questo è particolarmente vero per la scuola, ma anche per l’attività sportiva. La reticenza indica il desiderio di nascondere qualcosa, spesso la percezione della propria incapacità. Questa difficoltà di esprimersi deve essere trattata con attenzione: non si tratta necessariamente di una tragedia, ma è un indicatore che c’è qualcosa che non va.

3 – E’ curioso come una bertuccia

La curiosità di un bambino è legata al suo senso di efficacia, un po’ come la ricerca di sfide. Ragazzi felici si sentono artefici del proprio destino e fanno del loro meglio per imparare quanto più possibile.

Curiosità o diligenza? Spesso la curiosità viene confusa con il buon profitto scolastico, con la capacità di studiare. La curiosità può essere incanalata in mille direzioni, che non necessariamente ricalcano fedelmente i programmi scolastici. Ci sono segnali più importanti: il bambino curioso legge molto, cerca immagini degli argomenti che ne suscitano l’interesse, si informa, visita volentieri posti nuovi, fa sempre mille domande.

Bambini felici

Se la risposta alle 3 domande sopra descritte è positiva, siamo sicuri di avere di fronte un bambino che crescerà libero e felice, che un giorno si metterà alla scoperta del mondo e uscirà vincitore dalla sfida della vita. Cercate di lavorare su tutti e tre i punti, in modo da rafforzare autostima, curiosità e piacere di raccontare: siate curiosi anche voi nei confronti della vita dei vostri bimbi, ricordandovi di non essere invadenti.

In caso di risposta negativa a una delle tre domande, nessun problema: il bambino è complessivamente sereno. L’importante è mantenersi positivi, educare alla felicità attraverso il buon esempio ed essere attenti osservatori; sarete voi stessi a scoprire e risolvere la causa del piccolo problema. Gli aspetti da affrontare nel corso dell’educazione sono moltissimi: riconoscere i propri limiti, imparare a non farsi condizionare dal giudizio esterno, vincere il timore degli altri. E’ normale che ciascuno abbia qualche chimera.

E se non fosse così? Non preoccupatevi: quello del genitore è il mestiere più difficile del mondo (alla pari con l’insegnante, probabilmente) e non ci si deve mai scoraggiare. L’insicurezza è un po’ come l’anemia: necessita di una robusta cura ricostituente; ma si può rimediare, questa è la bella notizia! Nello specifico, sarà bene mostrare tutto il nostro affetto, utilizzandolo per rassicurare e incentivare alla sfida e alla curiosità. Aiutate il bambino a fare da solo (seguendo la massima montessoriana), proponetegli attività in cui sicuramente riesce bene e incoraggiatelo; alzate l’asticella giorno dopo giorno ma senza mai dare giudizi: il bambino deve sentirsi libero di sbagliare, al sicuro dalla critica. Nel giro di poco tempo noterete risultati positivi.
Se le cose dovessero andare diversamente, allora può darsi che ci sia un problema latente: in questo caso sarà bene rivolgersi a uno specialista, pedagogista o psicologo.

Fonte: https://portalebambini.it/i-3-segnali-per-capire-se-un-bambino-e-felice/

Dove osano gli Lgbt: festival per l’infanzia, si parla di “inclusione” e si arriva al porno

 

di Benedetta Frigerio

Dovrebbero mettersi una mano sulla coscienza e fare “mea culpa” tutti quelli (chierici e alti prelati compresi) che parlano di tolleranza dei diversi, di ponti, di “vivere e lasciar vivere” in nome della pace sociale. Dovrebbero chiedere scusa quanti, attraverso ragionamenti arzigogolati, parlano di inutilità dei valori, di desiderio confuso da reindirizzare, tacciando di rigidità bigotta tutti coloro che denunciano una delle più grandi e violente ideologie del nostro secolo. L’ideologia Lgbt. Perché in chi conduce la battaglia arcobaleno non c’è confusione alcuna. I confusi, se mai, siamo noi. Loro, invece, sanno bene di chi sono e dove vogliono arrivare: al male perverso che colpisce gli innocenti. I nostri bambini.

UN LINGUAGGIO SUBDOLO – Guardando al sito “Uscire dal guscio”, festival di letteratura per l’infanzia, di cui sono partner fra gli altri l’associazione “Famiglie Arcobaleno” e “Genitori Rilassati”, si capisce bene cosa si nasconde dietro a quelle terminologie con cui vengono presentati i numerosi progetti, corsi, spettacoli educativi e scolastici e che, piano piano, attraverso un certo linguaggio, spingono ad accettare aberrazioni che si possono, senza essere tacciati di esagerazioni, definire diaboliche. Aprendo il sito, appunto, si apprende innanzitutto della promozione del festival della lettura per bambini 2017, finanziato dal Comune di Castel Maggiore, di Pieve di Cento, di San Pietro in Casale, che ha come partner istituzionali “Città metropolitana di Bologna” e “Unione Reno Galliera” che comprende otto Comuni della provincia bolognese. Lo scopo del festival, si legge, è quello di “andare fuori da sé” per “immaginare nuovi eroi ed eroine”. Ma in che senso nuovi? Lasciamo momentaneamente aperta la domanda. E, intanto, vediamo che giovedì 4 maggio alle 21 a Castel Maggiore, si parlerà di “Maschilità, omofobia e violenze”, mentre il giorno successivo a San Pietro in Casale di “Educare al genere: identità, sessualità, valore della diversità”. Infine, sabato 6 maggio, a Pieve di Cento si terranno tutto il giorno laboratori di lettura per bambini.

OLTRE LA “BELLA” MASCHERA – Proseguiamo leggendo che il progetto serve a “scoprire sentieri fantastici che conducono le bambine e i bambini verso mondi nuovi, luoghi distanti e vicini inosservati o inesplorati, regioni del sé ancora inespresse o censurate dalla uni-direzionalità di certe immagini e di certi schemi narrativi consolidati”. Che c’è di male, si potrebbe pensare, ripetendo a chi denuncia i corsi per “l’inclusione” e “antibullismo” che non si può cercare il marcio dove non c’è? Che non si può mica vivere con l’ossessione del gender. Eppure cliccando su “partenr” e poi su “Progetto Alice” si scoprono legami a dir poco osceni. Infatti, fra i vari link c’è anche quello alla sezione “Sexy shock”, un vero e proprio portale di immagini di cartoni pornografiche. Volti di eroine femminili in atteggiamenti sadomaso che solo a doverne scrivere vengono i conati. Non solo, qui si trovano anche link a siti di lesbo-pornografia, dove ci sono ragazzine orgogliose della loro ribellione autoerotica. E il tutto viene spiegato così: “Pensiamo che le donne debbano riappropriarsi della rappresentazione della sessualità, della pornografia. Perché gli oggetti “del piacere” possano essere finalmente agiti anche dalle donne e da tutti quelli che decidono di arricchire il loro immaginario. Una sessualità più libera non potrà esistere se non nella misura in cui degli uomini e delle donne si vedranno garantito il loro diritto di costruire e ricostruire la loro sessualità”.

DA PROVARE VERGOGNA. In sintesi, eravamo partiti dal leggere di un festival di lettura per l’infanzia che spinge a “mondi nuovi e inesplorati” per poi scoprire che il sito ha collegamenti con il mondo della pornografia. Forse a questo mira l’abolizione degli stereotipi? Alla sessualizzazione dei bambini che piace tanto alla pedofilia? Altro che lotta al bullismo (che per altro la pornografia non fa che incrementare). Domandiamo quindi: sono queste le stesse eroine da proporre ai bambini?; è questo il mondo adulto che organizza festival e corsi per i piccoli? Lasciamo a voi la risposta. Un tempo di fronte a oscenità del genere si sarebbe chiesto quantomeno l’avvio di un’indagine, oggi se va bene si fa si silenzio, se va male si parla di creare ponti. Il tutto mentre ai nostri bambini viene rubata subdolamente, con l’aiuto della nostra inerzia, l’innocenza. Non ci sono commenti da fare, solo una parola: vergogna. Perché di fronte all’accettazione omissiva della violenza sui piccoli, il sentimentalismo tollerante che ci fa sentire buoni e il buonismo stesso sono peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio.

Tratto da:

http://www.lanuovabq.it/it/articoli-dove-osano-gli-lgbt-festival-per-l-infanzia-si-parla-di-inclusione-e-si-arriva-al-porno–19688.htm#.WQhDIR37mNY.facebook

Morire per dare la vita ad un figlio: Gianna Beretta Molla

di Renata Maderna,
Tratto da Famiglia Cristiana, 28/04/2017

Era il 28 aprile 1962 Gianna Beretta Molla morì dopo aver scelto di non farsi curare per un tumore per timore di arrecare danno al quarto figlio che aspettava. Papa Giovanni Paolo II la canonizzò nel 2004, ma , se si potesse riavvolgere il film della Storia e delle storie, quanto ci piace­rebbe  spiare la mamma, non ancora san­ta, mentre cammina nella notte per ad­dormentare un neonato urlante, men­tre si china su un pavimento cosparso di giocattoli, oppure mentre si butta a capofitto lungo una ripida pista di sci (perché no?).

Quanto ci piacerebbe osservare Gianna Beretta Molla, la prima madre dei no­stri tempi a essere proclamata santa, fil­trando il suo eroismo e il suo gesto di estremo sacrificio – dare la propria vita per quella della figlia che doveva ancora nascere – attraverso la tanto citata “nor­malità” che hanno descritto così bene i suoi biografi e, ancor prima di loro, le persone che le sono vissute vicino, a cominciare dal marito. «Non mi sono mai reso conto di vivere vicino a una santa», ci raccontò più volte Pietro Molla, che po­co dopo la scomparsa della moglie aveva at­traversato anche il dolore della morte di una figlia. «Mia moglie aveva una fidu­cia veramente infinita nella Provviden­za. Era una donna piena di gioia di vive­re. Felice. Amava la sua famiglia e la sua professione di medico. La sua casa. La musica. Il teatro. La montagna. I fiori».

Del resto, basta leggere le lettere al marito pubblicate dalle edizioni Paoline, «una testimonianza preziosa di spiri­tualità coniugale e familiare, un autenti­co cammino di santità», come le  defi­nì nella prefazione il cardinale Carlo Maria Martini, per incontrare nel con­tempo una donna “vera”, innamorata e appassionata della propria famiglia.

A Giuliana Pelucchi, autrice della toc­cante biografia pubblicata sempre dalle Paoline, il marito  raccontò: «Amava tut­te le cose belle che Dio ci ha donato. Mi è sempre sembrata una donna del tutto normale, ma, come mi disse monsignor Carlo Colombo, la santità non è fatta so­lo da segni straordinari. È fatta soprat­tutto dell’adesione, quotidiana, ai dise­gni imperscrutabili di Dio».

Ecco. È proprio a quella quotidianità che varrebbe la pena d’indirizzare la mente, a quali giorni e quali ore avrà attraversato guardando il marito e i suoi tre piccolissimi bambini, il più grande di poco più di cinque anni, nella speranza di riuscire a salvare la vita del­la piccola in grembo, e la propria.

Per salvare sè stessa, il passo obbli­gatorio sarebbe stato eliminare la pri­ma, messa a termine da un intervento che avrebbe potuto eliminare il fibro­ma, messosi a crescere di pari passo alla gravidanza. Ma, come hanno ricordato altre donne negli anni a seguire, una mamma si piega ad abbracciare il più in­difeso dei figli. L’intervento non ci fu e Gianna Beretta Molla morì. Pochi gior­ni prima aveva ribadito al marito e ai medici: «Se dovete decidere tra me e il bambino, scegliete il bambino».

Sbaglierebbe molto chi pensasse a un gesto momentaneo o inconsulto. A un atto di coraggio improvviso e forse immotivato. «Per lei»,  continuava a ripe­tere il marito, «è stata la naturale conseguenza di tutta una vita».

Vita fatta di una fede vissuta, dell’im­pegno nell’Azione cattolica, delle lun­ghe ore vicino ai propri pazienti, molti dei quali anziani, nonostante la specializzazione in pediatria. Vita, che ancor prima, ha messo radici in una grande fa­miglia con molti figli e tante vocazioni religiose (come quelle dei tre fratelli).

Ed è forse proprio questo che di Gianna Beretta Molla interroga di più le co­scienze, anche di coloro che se ne sento­no in qualche modo infastiditi. Il che non meraviglia in una società che ogni giorno allude ai “grandi passi avanti” di una diagnostica prenatale che si vanta di mettere al riparo da qualsiasi proble­ma del futuro bambino, come se fermar­ne la vita fosse una cura.

Forse bisognerebbe contemplarne in silenzio il ricordo. Come indirettamen­te ci insegna a fare la sua più viva testi­mone, quella figlia Gianna Emanuela, che, guarda caso, è diventata medico ge­riatra. Schiva e restia a qualunque “usci­ta”, ha scritto: «Sento in me la forza e il coraggio di vivere, sento che la vita mi sorride e desidero essere per lei motivo di orgoglio, dedicando la mia vita alla cura degli anziani, i suoi malati predilet­ti. Credo che ne sarà felice».

Un Mondo chiamato Dislessia

di Paola Eleonora Fantoni

I Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA) sono disturbi di origine neurobiologica e possono essere, nei vari soggetti, variamente articolati:  ciò costituisce sicuramente un primo problema per il docente, che a fronte di una diagnosi deve saper costruire il PDP (Piano Didattico Personalizzato). Dislessia, disgrafia, disortografia e discalculia rendono difficoltoso il percorso scolastico dell’alunno, pur in presenza di un Quoziente Intellettivo pari o superiore alla norma. Per affrontare i DSA è necessario un lavoro sinergico fra specialisti, docenti, famiglie.

Il docente è tenuto a conoscere la normativa (la Legge 170 dell’8 ottobre 2010 e le Linee Guida del 12 luglio 2011) e a  identificare gli alunni nel gruppo classe; deve intervenire in modo corretto, suggerendo – per ogni studente provvisto di diagnosi – le misure dispensative e gli strumenti compensativi più adatti. Ai primi livelli scolastici spetta un lavoro di prevenzione: la scuola dell’infanzia studierà i disturbi del linguaggio; la scuola primaria, oltre a questo, potrà attuare il riconoscimento, segnalare il caso, indirizzare al diagnosta il bambino con sospetto  DSA, accompagnandolo durante il suo cammino formativo; la scuola secondaria di primo e secondo grado prenderà atto di quanto svolto precedentemente o a propria volta si adopererà per l’invio ai Servizi Sanitari dei casi sospetti di dislessia, per l’eventuale ottenimento di una diagnosi.

Nonostante siano dotati di creatività e di intuito, i dislessici appaiono in classe lenti, svagati e poco concentrati. Non scrivono i compiti sul diario, dimenticano facilmente libri e quaderni, affrontano generalmente con meno ansia, ma senza garanzie di successo, le prove orali rispetto ai compiti scritti. Non espongono la teoria delle regole grammaticali e non amano la lettura. Il dislessico non prende appunti, perché, essendo questo un compito cognitivo e non automatizzato, il DSA preferisce ascoltare, e spesso meglio degli altri alunni è capace di cogliere il contenuto nel suo complesso, anche in Lingua Straniera.

Per quanto riguarda gli appunti, è consigliabile che si affidi ad un compagno o ad un particolare registratore, tipo SmartPen. È di basilare importanza l’atteggiamento del docente.

Questi riconoscerà i segnali prodotti da un DSA, non lo abbandonerà, non eviterà di comunicare con lui nonostante la difficoltà, ne identificherà i punti di forza e di debolezza, lo sosterrà costruttivamente, in collaborazione con i colleghi, senza mai delegare i propri compiti.Una difficoltà del docente deriva dal fatto che il ragazzo dislessico non vuole che si sappia del suo disturbo all’interno della classe di appartenenza, rifiutando così di farsi aiutare.

Bisogna prestare particolare attenzione a come presentare il problema nel gruppo classe, in modo che venga confermato, nell’ambito delle relazioni all’interno della classe, il valore dell’alunno DSA come persona.

Letta la diagnosi, il consiglio di classe stende entro la fine del mese di novembre il Piano Didattico Personalizzato, estrapolando da essa i seguenti 4 punti fondamentali: lettura – scrittura – calcolo – conclusioni.

La metodologia seguita per il DSA è dichiarata nel PDP. Ha così ha inizio il dialogo empatico con lo studente DSA. Il PDP registra i dati dello studente, le notizie relative alla scolarità pregressa, le indicazioni della diagnosi, la metodologia didattica individuata per ciascuna materia, unitamente ai suggerimenti relativi alle misure dispensative e gli strumenti compensativi tecnologici e non tecnologici ritenuti più adeguati; descrive l’ambiente educativo di supporto pomeridiano e definisce l’impegno famiglia-scuola.

Ad esso vengono allegate le programmazioni della classe nelle varie discipline e infine viene sottoscritto da tutte le parti interessate. Le lingue non presentano tutte le stesse difficoltà. Infatti si differenziano significativamente  nell’ortografia e nella struttura sillabica.

L’inglese è una lingua “opaca”, caratterizzata dalla discrepanza tra la dimensione fonetica e grafica. Questo è un problema per il dislessico, che scrive le parole esattamente come le sente. Non esiste alcun deficit cognitivo che impedisca al DSA lo studio delle lingue straniere. Quanto esposto nello schema in relazione all’inglese può adattarsi a qualsiasi lingua straniera. Il quadro Comune europeo di Riferimento considera quattro abilità, di fronte alle quali il DSA reagisce con modalità variegate e in modo più o meno positivo:

  • comprensione: “listening” e “reading”;
  • produzione: “speaking” e “writing”.

L’abilità più complessa per un DSA è la produzione scritta.

Dato che il dislessico impara dal modello e dall’esempio, il metodo più adatto è il T.P.R., Total Physical Response.

Per esempion, nel caso dell’insegnamento della L2, alcune “strategie vincenti” nella didattica per i DSA, possono essere le seguenti:

  • entrare in empatia con lo studente e conoscerne il vissuto personale per aiutarlo a superare;
  • le sue frustrazioni;
  • in classe usare la L2 e seguire una routine;
  • chiarire le procedure e ripeterle;
  • utilizzare insieme l’approccio visivo e uditivo;
  • controllare il lavoro domestico, da assegnarsi regolarmente ed equamente;
  • non dare per scontate le acquisizioni precedenti;
  • programmare frequenti e cicliche ripetizioni in itinere;
  • usare la stessa terminologia in maniera sistematica;
  • introdurre un elemento nuovo alla volta;
  • attenersi al testo e predisporre verifiche con il lessico proposto;
  • cercare di far apprendere le “phrases”, non solo il singolo vocabolo;
  • non pretendere l’esposizione ragionata delle regole grammaticali
  • simulare preventivamente la verifica, strutturata sulla base degli esercizi svolti in classe;
  • curare l’accessibilità grafica dei materiali (font Arial o Verdana, dimensione 12 o 14 punti);
  • usare colori, forme, il grassetto, le evidenziazioni nei testi da proporre;
  • spiegare come si costruiscono le mappe mentali per: a. aiutare la comprensione, b. fissare i concetti e le parole chiave;
  • garantire una esposizione orale e produzione scritta guidata;
  • ricorrere di volta in volta al pair-work, algroup-work, al chain-work, al cooperative learning e alla didattica laboratoriale;
  • riepilogare i punti salienti della lezione;
  • non dare per scontate le acquisizioni precedenti;
  • collaborare con la famiglia, che dovrà aiutare lo studente DSA nell’organizzazione del tempo di studio;
  • monitorare costantemente il percorso d’apprendimento, anche tramite contatti con i docenti di supporto pomeridiano, allo scopo di definire obiettivi e strategie comuni, finalizzati al miglioramento del metodo di studio dello studente.

In Italia la dislessia è ancora poco conosciuta, anche se si stima che ci sia almeno un alunno con un DSA per classe.
Leggere, scrivere e calcolare per noi sono atti così semplici ed automatici che risulta difficile comprendere le difficoltà che riscontrano i bimbi o i ragazzi dislessici.
Spesso questi ragazzi vengono erroneamente considerati svogliati e la loro intelligenza spiccata dà il via a valutazioni come “è intelligente ma non si applica”.
Questi ragazzi non hanno problemi cognitivi legati alla comprensione e, al di là dello studio, sono intelligenti, vivaci, socievoli e creativi.

Fonti:

https://www.aiditalia.org/it/la-dislessia

http://is.pearson.it/espresso/i-dsa-cosa-sono-come-si-riconoscono-come-si-possono-affrontare/

ADOZIONE: la felicità è dietro l’angolo!

Adottare un figlio deve essere una scelta matura, responsabile e completamente condivisa dai due componenti della coppia. 

Vi sentite convinti e preparati?

L’adozione non è la ruota di scorta dell’infertilità, non è lo strumento per onorare il diritto ad un figlio, è qualcosa di decisamente diverso: è il modo di dare una famiglia ad un bambino che ha il diritto di essere accolto ed amato, al centro di tutto c’è lui, il nostro desiderato figlio. Per tale motivo è fondamentale che ci sia un corretto approccio al percorso adottivo che consenta la crescita della coppia.

Avere un figlio adottivo significa aprire nella propria famiglia uno spazio non solo fisico, ma soprattutto mentale per l’accoglienza di un bambino o di una bambina, generato da altri, con una sua storia, un suo carattere, bisognoso di continuare con i nuovi genitori una sua seconda possibilità di vita.

E’ poi fondamentale fare i conti con le possibili problematiche che l’adozione potrebbe portare nella famiglia, ne citiamo alcune: 

Il Rischio Giuridico

Le ferite provocate dallo stato di abbandono

Il racconto della storia al bambino

Il colore della pelleIl rischio sanitario

Le difficoltà scolastiche e di apprendimento

La ricerca delle proprie origini

Requisiti
L’adozione è ammessa solo per le coppie unite in matrimonio da almeno tre anni. Per le coppie di fatto che decidono di sposarsi, gli anni di convivenza varranno come anni di matrimonio. Chi ha più di tre anni di convivenza potrà adottare una bambina o un bambino subito dopo il matrimonio, nel caso in cui il Tribunale per i minorenni accerti la continuità e la stabilità di tale convivenza

I coniugi adottanti non devono essere separati e tra di loro non deve esserci stata negli ultimi 3 anni una separazione personale neppure di fatto, devono essere affettivamente idonei e capaci di educare, istruire e mantenere il minore che intendono adottare.

Tra i genitori adottivi e la bambina o il bambino deve esserci una definita differenza di età: almeno 18 anni e non più di 45 anni.. In alcuni casi particolari tale limite di età può essere derogato: ad esempio quando l’adozione riguarda un fratello del minore già adottato da quella coppia; o quando solo un componente la coppia supera il limite di età in misura non superiore a 10 anni.

Adozione nazionale
Si parla di adozione nazionale quando il minore viene dichiarato adottabile da un tribunale per i minorenni del territorio nazionale. Il termine nazionale non fa quindi riferimento alla nazionalità o a caratteristiche di appartenenza etnica del minore.

La coppia può presentare più domande, anche successive, a più tribunali per i minorenni dandone relative comunicazioni a tutti i tribunali coinvolti.

L’abbinamento della coppia ad un minore viene effettuato dal Tribunale per i Minorenni che, in base alle indagini effettuate, sceglie tra le coppie che hanno presentato domanda, quella maggiormente in grado di corrispondere alle esigenze di quel bambino o bambina. La domanda di adozione nazionale è valida per 3 anni e può essere rinnovata. Quando il Tribunale propone ad una coppia l’adozione di un bambino, dopo l’accettazione da parte dei coniugi, seguono una serie di incontri col minore, programmati e preparati con cura e attenzione alla gradualità, in rispetto dell’età e del vissuto del bambino. La prima fase del rapporto di adozione è quella dell’affidamento preadottivo, che dura solitamente un anno, e nella quale i servizi sociali sono incaricati di predisporre ogni più opportuno intervento di sostegno alla famiglia per consentire il pieno inserimento del minore nel nuovo nucleo.

L’assistente sociale e lo psicologo del Comune ove risiede la coppia hanno quindi il compito di supportarla in questa delicatissima tappa di avvio della relazione, pur restando, per quanto possibile, osservatori esterni.

Al termine dell’anno di affidamento preadottivo, i servizi sociali dovranno inviare una relazione al tribunale per i minorenni che, preso atto della buona evoluzione del rapporto tra coppia e minore, sentito il parere del tutore del minore, dichiarerà l’adozione definitiva ovvero, in considerazione di eventuali difficoltà, evidenziate dalle informazioni degli stessi servizi locali, prorogherà l’affido disponendo gli interventi più opportuni per garantire il pieno inserimento del bambino in famiglia.

Adozione internazionale
Si parla di adozione internazionale quando lo stato di abbandono e di adottabilità di un minore viene  dichiarato dall’ autorità di un Paese estero.

La procedura di adozione internazionale prevede una prima fase da svolgersi in Italia, nella quale viene decretata l’idoneità della coppia da parte del servizio sociale di competenza territoriale. Una volta che la coppia ha ricevuto l’idoneità si rivolge ad un Ente autorizzato che la segue per la procedura all’estero. L’ultima tappa prevede che la coppia si rechi nel Paese ad incontrare il bambino a cui è stata abbinata. Se gli incontri tra la coppia e il bambino hanno esito positivo la procedura si conclude con il rientro in Italia della nuova famiglia.

Come per l’Adozione Nazionale, anche per quella Internazionale, il tribunale compie una indagine di natura psico-sociale, affidata ai servizi sociali, per poter valutare l’idoneità della coppia ad adottare un bambino.  Oltre all’indagine psicosociale vengono disposte anche altre indagini sia sanitarie che indirizzate alle autorità di pubblica sicurezza.

Quando il  Tribunale per i Minorenni dispone di tutte e tre le relazioni la domanda di adozione può essere valutata.

La Legge n. 476 del 31 dicembre 1998 (pdf, 98.5 KB), prevede che la coppia abbia un anno di tempo dall’emissione del decreto di idoneità per rivolgersi ad un Ente autorizzato dalla Commissione per le Adozioni Internazionali per attivare il percorso di adozione nel Paese straniero. L’Ente ha il compito di svolgere la pratica all’estero ed in Italia fino al completamento del percorso di adozione, occupandosi anche delle pratiche post-adottive nel caso siano richieste dal Paese di origine del bambino.

Quando i genitori rientrano in Italia con il bambino adottato devono occuparsi di alcune pratiche  burocratiche  che riguardano la permanenza nel territorio italiano del minore affinché  l’adozione sia perfezionata.

In particolare i genitori adottivi devono:

  • rivolgersi alla polizia di frontiera con il visto italiano e passaporto insieme alla sentenza di adozione
  • presentare domanda al Tribunale dei Minori per richiedere il riconoscimento da parte del tribunale italiano della sentenza del Paese estero
  • recarsi all’anagrafe del Comune di residenza per la registrazione del minore.

Molti Paesi chiedono alla coppia di inviare, a cadenza prefissata, relazioni riguardanti l’integrazione del bambino nella nuova famiglia.

Con la trascrizione del provvedimento di adozione, il minore diventa definitivamente un cittadino italiano ed un membro a tutti gli effetti della nuova famiglia “multi-etnica” che è appena nata.

Agevolazioni economiche
Per le coppie in procinto di adottare un figlio all’estero e che debbono quindi affrontare costi per viaggi, documenti e permanenza, esiste la possibilità di accendere un mutuo a un tasso contenuto e senza spese aggiuntive. Si tratta del “Mutuo ad8”, della Banca di credito cooperativo. Il “Mutuo AD8” è un mutuo chirografario (non richiede l’accensione di alcuna ipoteca) che non prevede garanzie reali e non ha spese di istruttoria. L’importo del mutuo varia dai 10 a 15 mila euro. Per accedere al “Mutuo ad8” occorre presentare la copia del decreto di idoneità all’adozione internazionale emesso da un Tribunale dei minori e copia del mandato conferito a uno o più Enti autorizzati a svolgere la pratica d’adozione internazionale ai sensi della legge n. 476 del 31 dicembre 1998.

Perchè adottare un bambino? 

La storia di un’adozione o di un affido, la storia di un’accoglienza, è storia di incontri.

Prima con i servizi, i giudici, gli operatori degli enti autorizzati, gli operatori all’estero, poi con i bambini abbandonati, i figli ai quali diamo una famiglia o che, almeno, con la nostra famiglia faranno un po’ di strada.

Ma questo cammino, se lo facciamo davvero fino in fondo, è anche un incontro con noi stessi, con il nostro coniuge e con Gesù. E lungo quel cammino, prima o poi, ci sentiamo un po’ Natanaèle e come lui reagiamo, al primo impatto: “Da Nazaret può mai venire qualcosa di buono?”.

Spesso – è questo il percorso di molti genitori adottivi – ci sentiamo incapaci, inutili, inadeguati: per questo la reazione di fronte alla chiamata è l’incredulità, lo scetticismo, la negazione: proprio noi dovremmo essere una risorsa utile e feconda per un bambino abbandonato?

Dio non ci costringe, ma con le parole di Filippo “Vieni e vedi”, ci invita a non fermarci, a proseguire senza avere paura.

La strada non è facile, tutt’altro: ma solo quando comprendiamo che Lui già ci conosce, che siamo parte del suo disegno, solo allora possiamo davvero lasciarci andare nelle Sue mani, affidarci completamente.

fonti: http://www.informafamiglie.it/adozione-affido/adozione-nazionale-internazionale

http://www.leradicieleali.com/

http://www.lapietrascartata.it/spiritualita/perche-proprio-noi-dovremmo-adottare-              un-bambino/

Se a prostituirsi sono i bambini…

 

di Federico Bianchi di Castelbianco, direttore dell’IdO (Istituto di Ortofonologia)

La prostituzione minorile è aumentata più del 500% negli ultimi 3 anni e coinvolge in egual misura maschi e femmine, così come la pornografia minorile che ha registrato un +569% dei casi in 10 anni. Da cosa dipende? “La prostituzione minorile va compresa nel suo insieme sotto due differenti aspetti”, spiega alla DIRE Federico Bianchi di Castelbianco, noto psicoterapeuta dell’età evolutiva: “Da un lato c’è il carnefice, l’adulto perverso e negativo che spinge i minori a prostituirsi, come abbiamo letto sui giornali in questi ultimi giorni. Un vero e proprio accanimento sulla vittima- precisa lo psicologo- che non riesce a ribellarsi”. Questo, però, è “un problema della Magistratura più che degli psicologi”.

Altro discorso riguarda i ragazzi che “volontariamente iniziano a immaginare e a realizzare un comportamento sessuale deviante, quale fonte di guadagno. Vendono il corpo per trarne un beneficio economico- prosegue Castelbianco- e poter così acquistare tutte le ‘cose’, piccole o grandi, che in quel momento offrono un senso di piacere, potenza e modernità”.

Una fotografia inquietante quella tracciata dallo psicoterapeuta, ma che raffigura la condizione di molti adolescenti: “E’ un fenomeno più diffuso di quanto non si possa immaginare”. La causa è “determinata dalla scissione che i giovani hanno impostato tra l’affettività e la sessualità”. Significa che “un’attività sessuale senza affetto non ha valore, non ha sentimento ed è quindi replicabile a più riprese. Questi adolescenti- sottolinea lo psicologo- si sentono adulti e scientemente, rispetto alla loro età, considerano l’atto sessuale come passeggero e poco significativo”.

I giovani sono fortunatamente onesti e lo dicono chiaramente: “Se ricordiamo le famose ragazze dei Parioli, la loro prima rivelazione è stata proprio il chiarire che non erano state spinte da nessuno- rammenta Castelbianco-. Si trattava di una loro decisione personale. Certo un po’ larvata, perché dietro c’è sempre un adulto che con i suoi soldi foraggia suddetti comportamenti devianti“.

Il 50% dei baby squillo sono maschietti. “L’incapacità di difendere il proprio corpo e considerarlo di poco valore ha portato entrambi i sessi, indistintamente, a ritenere che un atto sessuale scisso dall’affettività possa non lasciare tracce ma portare solo soldi”, aggiunge lo psicoterapeuta. “I giovani si considerano autonomi nella decisione di ‘prostituirsi’, per loro non è un sacrificio, non è un fare qualcosa di sbagliato. Si tratta di soli pochi minuti di tempo e poi arrivano i benefici economici. Sono completamente inconsapevoli delle conseguenze psicologiche di ciò che fanno- fa sapere l’esperto- e le pagano tutte, perché nessuno ne esce indenne, ma se ne rendono conto solo successivamente”. Ferite interne profonde, depressione, insonnia, bassa autostima, comportamenti ancora più trasgressivi “per cercare nella trasgressione seguente un modo per superare quella precedente, come se fosse uno stadio nuovo della vita”. Castelbianco conclude: “Se non li prendiamo in tempo, vedremo sprofondare questi giovani in una esistenza tutta in discesa”.

Fonti:Agenzia Dire /www.dire.it

L’Umiliazione: la ferita che porta il volto dei genitori

Capita a volte che gli adulti, siano essi genitori o insegnanti, adottino nei confronti dei bambini un tipo di educazione coercitiva, aggressiva e sopraffatrice, le cui conseguenze negative possono comprometterne il benessere psicofisico nonché la crescita armonica e uno sviluppo equilibrato. Numerosi studi scientifici, infatti, dimostrano che lo stress, la paura e l’ansia che prova il bimbo percosso, umiliato, mortificato, sono in grado di distruggere raggruppamenti di neuroni,  di compromettere lo sviluppo regolare di importanti circuiti celebrali quali quelli che presiedono all’apprendimento e alla memoria. “Quando spaventiamo un bambino, fermiamo il suo apprendimento”, scrive, infatti, l’educatore John Holt. 

Ogni bambino, oltre che di essere amato, ha bisogno di essere capito, rispettato e accettato nonostante i suoi “errori”, di poter contare sui genitori e sugli adulti che si prendono cura di lui al di là dei suoi comportamenti “sbagliati”. Le punizioni esagerate e sproporzionate, le parole di disistima, le minacce, al pari delle percosse, feriscono nel profondo la sensibilità del bambino, minano la sua autostima e la capacità di fidarsi degli altri, nonché provocano rabbia, creano risentimento, collera, e una certa tendenza all’aggressività e alla violenza, alla insensibilità alle sofferenze altrui.

E’, inoltre, importante ricordare che con le punizioni fisiche o psicologiche il bambino, inevitabilmente, imparerà che i conflitti si risolvono con l’aggressività, e come scrisse la poetessa, nonché pedagogista e insegnante, Dorothy Law Nolte “Se un bambino vive con le critiche, impara a condannare. Se un bambino vive con l’ostilità, impara ad aggredire. Se un bambino vive con la vergogna, impara a sentirsi in colpa…”, ma “Se un bambino vive con l’incoraggiamento, impara ad essere sicuro di sé. Se un bambino vive con la tolleranza, impara ad essere paziente. Se un bambino vive con l’approvazione, impara a piacersi…”.

I bambini, si sa, tra loro possono essere crudeli, altri sono davvero troppo sensibili. Ma c’è una sorta di  “compensazione” tra loro. Se si prendono in giro, da piccoli, sanno difendersi, in qualche modo. Si rimbeccano, rispondono per le rime, insomma,    piangono, sì, ma tutto finisce lì. Pochi minuti dopo magari tornano amici. Quando sono gli adulti ad infierire, è diverso. Diventa qualcosa che non dimentichi. Ed è così che nascono i “complessi”. I bambini vanno rispettati, sempre.Quando cominciano a disegnare, per esempio, esprimono il loro punto di vista, disegnano le cose così come le vedono.

Prendere in giro un bambino è quanto di più sbagliato si possa fare per la sua educazione. Un bambino va accettato per quello che è, senza mai umiliarlo per i suoi difetti o le sue mancanze. Va criticato, certo, ma questo è un altro discorso. Il percorso di crescita è di per sé pieno di ostacoli, inevitabilmente. Aiutare il proprio bambino ad accettare i propri limiti, i propri difetti,  e imparare a conviverci è fondamentale per farne  un adulto sereno.

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